Spesso leggo le bio dei brand handmade su Instagram, Facebook o nei negozi online e finisco con l'avere, nove volte su dieci, questa reazione qui:


Espressione causata dall'utilizzo poco professionale e spesso fuori luogo di quello spazio che, invece, dovrebbe essere quello più curato, perché costituisce probabilmente il primo testo che le persone leggeranno quando verranno a contatto col brand.

Ti ho spiegato come farti notare dalla stampa per finire su magazine e giornali e vorrei aggiungere con questo post ulteriori consigli, perché so che probabilmente tu che stai leggendo sei una donna e c'è il rischio che ti possa capitare una cosa come quella che sto per raccontarti.

Tempo fa ho letto un post di Emily Quinton, fondatrice di Makelight, che mi ha fatto molto pensare. Emily racconta di come, dopo aver rilasciato un'intervista, si è ritrovata descritta nell'articolo come la "moglie di un imprenditore", spostando quindi tutto il peso e i meriti della sua attività sulle spalle del marito. Peccato che l'idea di Makelight sia di Emily e, sì, l'azienda la gestiscono insieme ma la capa è lei. Lei è un'imprenditrice e non "una mamma imprenditrice" o "una ragazza boss". Cosa ha contro quest'ultimo termine? #Bossgirl è un appellativo ultimamente molto usato tra le donne imprenditrici (o aspiranti tali) ed è diventato famoso dopo il libro e la serie tv ispirati alla vita di Sophia Amoruso, che ha creato un'azienda a partire da un negozio su eBay.
Secondo Emily utilizzare bossgirl o mumpreneur per descriversi toglie credibilità al proprio lavoro e fomenta gli stereotipi di genere, perché, in effetti, esistono già termini per descrivere una donna che mette in piedi un'attività da zero e questi termine sono imprenditriceartigianafondatriceamministratore delegato, eccetera.
A mio avviso, il problema di #bossgirl, è la seconda parte della parola, ovvero girl, che in italiano può venire tradotto con ragazza o ragazzina. Perché definirsi così? L'espressione "gioco da ragazzi" vuol dire "è una cosa molto facile da fare" e sai benissimo che lavorare da soli e far crescere un brand non lo è affatto.
Quindi, #girlboss poteva andare bene per la Amoruso che, poco più che ventenne, iniziava un'avventura in maniera quasi casuale, ma non può andare bene per chi lavora tantissimo, studia, si fa il mazzo e diciamocelo, ha magari superato i trenta da un bel po'.

Come ti dicevo, i giornalisti sono a caccia di storie interessanti e le raccontano inevitabilmente col filtro di ciò che sanno. Può quindi capitare che sappiano molto poco del mondo dell'artigianato e, in particolare, dell'handmade. Questo può comportare, da parte loro, un minimizzare e ridurre tutto a termini molto semplici, per rendere la lettura dell'articolo accessibile a tutti senza contare che a volte ci sono anche limiti di spazio, tema, target che non rendono il loro compito più facile.
Questo modo di raccontare può portare però a una distorsione di una realtà che noi percepiamo e viviamo in maniera completamente diversa, dato che nell'handmade ci siamo dentro fino al collo.
Mi è capitato tante volte di leggere articoli che parlavano di lavoretti, di quanto sia facile e bello vendere le proprie creazioni da casa, di come la vendita online sia una robetta da fare tra un cambio pannolino e una spolverata, aspettando il marito che torna a casa dalla sua giornata di lavoro.
Probabilmente sai già come la penso sulla scelta dei termini da usare per descrivere la propria attività e credo tu sappia benissimo quanto sia difficile creare da zero un lavoro di questo tipo.

Dopo tanto pensare, sono giunta alla conclusione che la percezione del mondo dell'handmade da parte del 99% dei giornalisti, è deformata dagli stereotipi di genere: chi fa handmade è la donna che sta a casa a fare collanine o la maglia o cucire vestitini e borsette ed è vista come una casalinga disperata che, per noia e per riempire le ore vuote della giornata, si dà a questi piacevoli passatempi. Non importa se a scrivere l'articolo sia uomo o donna! E non importa quanto sia bravo il o la giornalista. Raramente ho letto articoli che andavano a fondo e coglievano il nocciolo della questione (una o due volte), mentre quando si parla di artigianato, lo si fa molto spesso citando solo aziende o attività gestite da uomini.

È quindi davvero importante che, quando comunichi con la stampa e in generale col mondo intero, tu lo faccia in maniera professionale, senza infilarti in questi stereotipi di genere e senza usare termini o toni che sminuiscano il tuo lavoro.

Quando scrivi la tua bio, che sia sul tuo negozio o su Instagram, o quando rispondi a delle domande di giornalisti, non è necessario mettere in primo piano che sei una mamma e moglie, o una donna, o una single con gatti, a meno che tutto ciò non sia espressione del tuo brand.

È giunto il momento di fare attenzione ai termini che usiamo per descriverci e raccontarci, perché lamentarci di non essere prese sul serio senza però muovere un dito perché evitare ciò, non è più un'opzione.

Questo post è tratto dalla mia newsletter inviata il 25 maggio 2017.



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In questo post ti spiego cos'è l'immagine coordinata, perché è utile al tuo piccolo business handmade e quali errori dovresti evitare. In fondo a questo articolo potrai scaricare una checklist che ti sarà utile.

Lavoro e ho lavorato con tante creative, artigiane, artiste, crafter di ogni tipo e uno dei talloni di Achille di tutte loro era l'immagine coordinata che, troppo spesso, è relegata al discorso: "me la faccio da me perché tanto sono creativa, che ci vuole? La grafica è questione di gusti e io ho buongusto quindi posso fare tutto da sola, anche perché ora non ho i soldi per pagare qualcuno".
Il non avere soldi ci sta tutto, all'inizio di una nuova avventura spesso non è possibile rivolgersi a dei professionisti e il creare un'immagine coordinata non è visto come una priorità, però spero che, dopo aver letto questo post, cambierai idea e inizierai a mettere i soldini nel salvadanaio per pagare qualcuno che si occupi di questo aspetto importantissimo del tuo brand.

Cos'è l'immagine coordinata

L'immagine coordinata è l'insieme di elementi visivi che servono a rendere il tuo brand riconoscibile. Logo, colori, font si usano per creare uno stile unico e distintivo del brand, in maniera che, in qualsiasi forma sia la grafica prodotta, non ci sarà dubbio a quale brand ricondurla. Biglietto da visita, banner sui social, cartellino del prezzo, packaging, dovrebbero essere tutti coordinati in modo da creare un bel coro che canti la stessa canzone, la canzone del tuo brand. Lalalaaa!
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A cosa serve l'immagine coordinata

Per chi inizia a vendere handmade in maniera più o meno casuale, spesso l'immagine coordinata è l'ultimo dei pensieri (e parlo per esperienza, per me fu così). Nel momento in cui però inizi a fare sul serio, è necessario affidarsi a un professionista che ti aiuti in questo aspetto. Avere un'immagine coordinata ti servirà per farti notare dai clienti, farti riconoscere quando ti incontrano in giro (ai mercatini, sui social) e per dare una cornice ancora più professionale al tuo business. Perché è ora di dirlo ben forte (urla con me): handmade non vuol dire fatto a casaccio!
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Errori comuni nell'immagine coordinata


Gli errori più comuni che ho incontrato nell'immagine coordinata delle crafter sono:

1. Non riflette il brand

Il logo & co. possono essere fighissimi ma se non c'entrano niente col brand sono inutili. Se il tuo brand è di ispirazione country / shabby / cottage, un logo e una grafica per l'immagine coordinata dalle linee moderne e colori accesi chiaramente non va bene. Scegli un/a professionista che sia in grado di tradurre in forme e colori quello che tu vuoi comunicare col tuo lavoro, altrimenti è inutile!

2. Logo che non è un logo

Ho visto tanta confusione su questo punto, a volte perpetrata da informazioni sbagliate diffuse da fonti all'apparenza autorevoli: il logo NON è una foto, il logo NON è un'illustrazione che ti piace, il logo NON è l'avatar (il contrario può essere vero, puoi usare il logo come avatar), il logo NON è una parola scritta con un font qualsiasi. Il logo è una forma grafica a volte composta di un simbolo e una o più parole che è studiata appositamente per rappresentare il brand.
Pensa al baffo della Nike o la M di McDonald's: li riconosceresti ovunque e ti fanno subito venire il mente i prodotti e il brand che rappresentano. A volte sono accompagnati dal nome del brand e a volte no, in ogni caso li vedi e rivedi sempre uguali, la posizione tra logo e parole non cambia mai, i colori sono sempre uguali o al limite sono in bianco e nero, sia che siano grossi come una casa o piccoli come un francobollo, sono sempre gli stessi e sempre dici, ah, Nike! o ah, McDonald's! Questo perché il logo deve essere SEMPRE riconoscibile.

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3. Immagine coordinata DIY

Quindi, sei una creativa, hai una buona manualità, magari sei anche un'illustratrice e pensi di poter fare tutto da sola. Il fatto è che il logo non è così facile da fare e neanche l'immagine coordinata (che non è il logo ripetuto ovunque ma una versione grafica dei colori e forme che rappresentano il tuo brand) quindi potresti fare un pastrocchio. Ho visto copertine di negozi Etsy che brrr. Ho visto grafiche su Facebook che ouch. Non devi saper fare tutto, quindi se non sai fare queste cose, non è un dramma. Siine consapevole e inizia a risparmiare finché potrai permetterti qualcuno che le faccia per te.

4. "È questione di gusti"

Ho un passato da grafica e front end developer (facevo i siti internet) e mi scontravo spesso coi clienti che pensavano che la grafica fosse "questione di gusti". E invece no, cara mia, quando guardi un volantino, una brochure, un poster, un banner facebook fatto da un grafico, dietro c'è uno studio e ci sono delle teorie: sulla composizione dello spazio, la distribuzione degli elementi e le proporzioni tra questi, i colori, i font. Se non sei una grafica puoi provare a farlo anche tu, ma farai le cose a caso e il risultato sarà brutto; a te magari sembrerà bellissimo, perché lo hai fatto da sola e ci hai faticato tanto, ma ti assicuro che ad occhi esterni l'assenza di professionalità sarà palese.

5. L'immagine scoordinata

Quindi se fai tutto da te o fai fare le cose a qualcuno che non è proprio capace (il solito cugino) è probabile che il risultato sarà un'immagine scoordinata: un logo fatto in un modo, un banner fatto in un altro, i biglietti da visita con un altro stile ancora, perché chi non è capace a fare le cose si arrabatta e pesca di qua e di là. Un template scaricato da un sito, un'immagine stock presa da un altro ed è un attimo a fare un minestrone. L'immagine scoordinata ha l'effetto contrario di quella coordinata: fa sembrare il tuo brand poco professionale e lo renderà davvero poco memorabile.

6. Voler fare le cose complicate

Poi magari sei tra quelle che si impuntano e devono imparare a fare tutto da sé (ti capisco, pure io sono così, la maggior parte delle volte) e allora vuoi imparare a usare Photoshop e crearti il logo e poi Indesign per impaginare la tua brochure e ti tocca studiare tantissimo perché tu vuoi tutto perfetto e come quel brand là che ami tanto (e che probabilmente si è affidato a dei professionisti). Oppure hai chiesto un preventivo a un graifico per farti fare tutte queste cose e sei svenuta.
A quel punto posso solo dirti: ok, provaci, ma almeno falla semplice. Se fai da te, impara quelle quattro regole base di grafica, teoria dei colori e utilizzo dei font e sii minimalista. Non ha senso voler fare 900 cose super dettagliate con illustrazioni e colori e font strani e informazioni a pioggia impaginate in maniera artistica. Fai solo gli elementi che ti sono più necessari (lascia perdere le brochure, per esempio) e che sei capace a fare (lascia perdere il logo) e focalizzati su quelli. Per esempio, potresti evitare di fare il logo (è inutile, è difficilissimo farne uno davvero ben fatto, rischi di fare pastrocchi) però puoi cercare un bel font per scrivere il nome del tuo negozio. Puoi creare una palette colori e usarla per la (poca) grafica che farai (es. banner del negozio, banner di Facebook) mentre per i biglietti da visita puoi usare un template minimalista e facile da adattare alle tue esigenze (es. usando Canva). Poi quando avrai messo da parte qualche soldo, potrai assoldare qualcuno per fare un'immagine coordinata completa e degna di questo nome.
Se ti rivolgi a un professionista e il tuo budget è risicato, parti dalle cose essenziali: logo, biglietto da visita, banner del negozio, e poi semmai più avanti ti farai fare altro.

Per finire

Su Pinterest ho fatto una board dedicata all'immagine coordinata che può servirti di ispirazione e ho creato un file con una checklist e alcune risorse per aiutarti a creare la tua immagine coordinata. Lo puoi scaricare iscrivendoti alla mia newsletter, qui sotto:
E ora tocca a te: suggerisci alle tue colleghe dei grafici professionisti che possono realizzare l'immagine coordinata!

Faccio parte della community handmade dal lontano 2010 e, come ogni babbiona che si rispetti, ne ho vista di acqua passare sotto ai ponti. Siamo tutti diversi ma tutti così simili, che a volte è sconcertante osservare come le stesse frasi, gli stessi problemi, le stesse fisime, tornino e ritornino in un ciclo continuo.
Dopo 7 anni passati ad osservare, conversare, riflettere, ho raccolto queste sette bugie che prima o poi ci siamo raccontate, tutte. Sicuramente ce ne sono altre che ho lasciato fuori ma queste mi sembrano le più frequenti:

Vendere handmade è facile, checcevo'?

La prima bugia, quella più dannosa di tutte, è che sia facile trasformare una passione in un lavoro remunerativo. Temo che tutte o quasi ce la siamo raccontata all'inizio, io sicuramente, solo per poi sbattere il muso sul durissimo muro della realtà che mi ha rimbalzata con un sonoro: mancopegnente. Non solo non è facile, è proprio difficile, a volte impossibile. Se così non fosse, saremmo tutti milionari vendendo online le nostre creazioni e invece solo pochi riescono a farcela.
L'unica cosa facile è aprire l'attività, ovvero mettere su il negozio online, usando Etsy o altri tipi di vetrine, aprire i social, caricare le foto. Da lì in poi, quando per molti il lavoro dovrebbe essere concluso, è invece tutta salita.
Mi spiace dirtelo, quindi se sei ancora in questa fase, datti una bella scrollatona e acquista consapevolezza: ti tocca fare un mazzo al cubo.


Basta il prodotto

Il prodotto dovrebbe essere la prima cosa da curare: deve essere ben fatto, originale, deve rispondere a dei bisogni specifici o risolvere problemi di un gruppo più o meno ristretto di acquirenti. Se hai un prodotto bomba è automatico vendere a palate? No. Purtroppo non è l'unica variabile da considerare, perché è probabile che se non fai bene tutte le altre cose (branding, marketing, storytelling) il tuo prodotto non raggiungerà le persone giuste o peggio, non lo vedrà nessuno.
Sembra controintuitivo: perché un prodotto fantastico non dovrebbe vendere? Innanzitutto bisogna sempre capire se il prodotto abbia mercato o meno. Secondo poi, questo mercato va raggiunto, altrimenti come fanno i potenziali acquirenti a venire a conoscenza del fantastico prodotto?
Quindi se pensi di avere un prodotto bomba puoi solo rimboccarti le maniche e metterti sotto a fare bene tutte le altre cose necessarie per venderlo.

Basta il marketing

Un altro fraintendimento è che il marketing è la soluzione definitiva, la variabile che decide i giochi, il marketing fa tutto, pure vendere prodotti di merda. Oddio, a volte succede ma non dura mai a lungo; un prodotto fatto male, che si rompe, poco originale di solito ha vita breve. I clienti parlano e il passaparola, anche via internet, è la pubblicità più potente, quindi no, il marketing non fa il successo di un prodotto, può contribuire, è fondamentale, ma se non c'è un buon prodotto alla base non può sostenere un'azienda per sempre.

Basta la fortuna

Se pensi ciò, ti auguro, appunto, buona fortuna! Significa mettere il proprio destino in mano al fato, abbandonare il controllo della propria vita e anche avere una buona scusa per non impegnarsi, mentre si aspetta che arrivi la famigerata botta di q.
Scambiare le occasioni (essere al posto giusto al momento giusto) con la fortuna è molto facile, ma non è la stessa cosa: chi si trova al posto giusto al momento giusto di solito ci è arrivato non per caso, non per fortuna ma dopo un percorso, tanto impegno, tanto studio.
Altrimenti starebbe ancora seduto nella propria cameretta a fare sogni di gloria.

Basta seguire le mode

Le mode vanno e vengono, un brand costruito con tutti i crismi resta. Le mode le dovresti anticipare, magari cavalcarle se riesci ma, quando finiscono, non puoi rimanere col q per terra. Un brand che funziona è un brand che si evolve e cresce con i propri clienti.
Se pensi di creare prodotti solo seguendo le mode ti ritroverai con diversi problemini: quando finiscono smetterai di vendere, sempre che tu abbia mai iniziato. Infatti inseguendo le mode avrai tantissimi concorrenti e sarà più difficile farti notare perché le cose che fai sono simili a tante altre. Forse l'handmade non è la tua strada allora, forse dovresti pensare a rivendere invece che creare.
Un percorso che parte da un prodotto originale e con un mercato, passa dal branding per arrivare a una comunicazione che racconti storie coinvolgenti per i potenziali acquirenti è l'unico che può darti qualche possibilità, mode o non mode.

Basta avere il titolo di studio adatto

Mi stupisco sempre di vedere quanto ci si accanisce contro chi, senza avere fatto percorsi formativi tradizionali, riesce a vendere le proprie creazioni. Se non riesci a vendere nonostante tu abbia studiato tantissimo, fatto corsi universitari, parauniversitari, corsi di formazione, forse il problema è tuo e non di chi invece riesce a creare un brand da zero studiando in altri modi, magari da autodidatta. 
Non che è si studia di meno se non si fa un percorso di studio classico, anzi, si parte svantaggiati, bisogna imparare sul campo e ci si mette probabilmente di più. 
Se sei orgogliosa del tuo percorso di studi e pensi sia stato determinante per il tuo brand, raccontalo! Sii però consapevole che si può arrivare a risultati simili in tanti modi, il tuo percorso non è migliore di quello di nessun altro, è solo diverso.
I fattori per il successo sono tanti, e il titolo di studio temo non sia tra questi o, se c'è, conta meno di altri.

Basta entrare nel giro giusto

Quale giro? Se pensi che per vendere si debba entrare in una specie di setta o club segreto, ti stai illudendo. Conosco persone che vanno avanti beatamente senza essere in nessun giro di crafter / blogger / gente famosa. L'unico giro giusto è quello che crei tu intorno a te, fatto di persone che stimi e che ti aiutano ad avere un atteggiamento positivo, che ti sostengono (e tu stostieni) durante le avventure e disavventure giornaliere. E come le trovi queste persone? Uscendo là fuori, mettendoti in gioco, ascoltando; sono quelle a cui ti senti più affine e che ti fanno stare bene. 
Niente ti aiuta nel tuo business come il confronto tra pari: il confronto con persone che stanno facendo il tuo stesso percorso ti aiuta ad andare avanti e superare i periodi negativi così come a godere maggiormente di quelli positivi.


Quale sono le bugie che ti racconti o ti sei raccontata riguardo la vendita di handmade? Dai sono curiosa!



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